Branko Robinšak

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Carmen

“Ma soprattutto, la compagnia poteva contare sul José del tenore Branko Robinsak, la cui colonna di fiato non desta riserve: voce solida e saldamente poggiata sui fiati, personalità generosa e piena di bella grinta, senza tuttavia mai scadere nella platealità. Sopra tutto, vocalità intelligente nel fraseggio – vedi come gli riesce bene la trepida nostalgia del duetto «Parle moi de ma mère», in cui risaltano suoni tutti ben timbrati, oppure il trasognato trasporto di «La fleur que tu m’avait jetée» – con fascinose lucentezze metalliche negli acuti scalati ancor facilmente. Ma sopra tutto, voce e carattere capaci di dare vita ad un dragone dalla giovanile irruenza, baldanzosamente virile ma, sotto sotto, ragazzotto ingenuo e sempliciotto proprio come nel racconto di Mérimée.”
Gilberto Mion, 14. 12. 2016 – Teatro.it

La Bohéme

“Branko Robinšak aveva già cantato come Josè nella Carmen della sera precedente, da noi pure commentata; nondimeno si è presentato di nuovo in palcoscenico, ora negli abiti di Rodolfo. Non piccola fatica questa, a dire il vero; ma per chi, come lui, pare avere una generosa riserva di fiato, una invidiabile freschezza di voce dopo anni di carriera, e sopra tutto una tecnica ben solida, l’impegno è stato risolto senza troppi problemi. Intanto, ecco un Rodolfo che non fa il galletto macho, ma che si muove con ingenua e goffa galanteria, da giovanotto ancor sognante; e già per questo è un piacere vederlo agire in scena. Tanto per dire: «Che gelida manina» sembra un po’ levitare in aria, per la sua espressiva dolcezza, sostenuta com’è da un fraseggio elegante ed espressivo, e con un gioco di tinteggiature ammirevole. E comunque tutto il resto dell’opera viene condotto dal bravo tenore sloveno con buona articolazione vocale, squillo facile, fraseggiare morbido ed affettuoso, elegante accentazione, e con un’emissione ferma e ben intonata. Anche un vero interprete, cioè, più che semplicemente un bravo tenore.”
Gilberto Mion, 15. 12. 2016 – Teatro.it

Otello

“Lo spettacolo lubianese segnava il debutto nel ruolo protagonistico del tenore sloveno Branko Robinsak, che nel corso d’una trentennale carriera i ruoli verdiani fondamentali li ha affrontati già tutti, da Ernani a Radames. Mancava nel suo cospicuo curriculum un personaggio temibile come quello del Moro di Venezia, che in genere viene affrontato solo quando si è raggiunta una consapevole maturazione, e conquistata autorevolezza restando nel pieno possesso dei propri mezzi. Intanto, Robinsak non bara, e non camuffa la sua voce alla ricerca di uno spessore baritonale (come quello di Del Monaco, Vickers e Domingo, per capirci) che non è suo, considerata una natura tenorile nobile e virata al chiaro: il suo però è un Otello con tutte le note ed i colori necessari, sostenuto da un’emissione robusta e corretta, con l’attenzione al fraseggio propria di un interprete abituato a sfumare i toni. I suoi momenti migliori non sono tanto l’ingresso di «Esultate» (anche perchè, come detto, accompagnato da un’orchestra soverchiante) o di un «Abbasso le spade», quanto il tenero duetto d’amore del primo atto, il Quartetto del secondo, la sofferenza macerante di «Dio, mi potevi scagliar», il concertato finale chiuso da un «Niun mi tema» intenso e tragico. Interpretazione molto convincente, a farla breve, fuori degli schemi consueti.”
Gilberto Mion, 25. 1. 2016 – Teatro.it

Manon Lescaut

“Il tenore sloveno Branko Robinšak possiede una voce calda, gradevole e molto generosa in volume, sostenuta da una emissione solida e da una tecnica assolutamente corretta. Fraseggia con una certa finezza e naturale eleganza, e con una pronuncia italiana – considerato tutto – abbastanza chiara e corretta, che rispetta ed esalta la naturale scorrevolezza del testo. Il suo Des Grieux è stato senza dubbio il personaggio più convincente della serata, esibendo quello slancio appassionato e quella giovanile virilità che danno forza a tale ruolo. “
Gilberto Mion, 27. 3. 2012 – Teatro.it

Tlapnje o Manon

“Redateljska koncepcija išla je u prilog jedino tenoru Branku Robinšaku, koji je ostao sam u ulozi Des Grieuxa za svih sedam izvedbi u devet dana. On je vrijedan umjetnik i rado viđen gost hrvatskih opernih kuća. U puna tri desetljeća dugoj i uspješnoj karijeri sačuvao je glas netaknute ljepote i sigurnih visina te prošao prirodni razvojni put od lirskog do pouzdanoga mladodramskog tenora. Kao Des Grieux mogao je, srećom, šećući amo-tamo, misliti samo na to kako da rasporedi snage i uspješno otpjeva ulogu u navedenom rasporedu. Zato mu valja odati priznanje i zahvaliti što je spasio predstave nakon bolesti drugoga gostujućeg tenora, i pružio riječkoj publici lijepe pjevačke trenutke.”
Davor Schopf, april 2012 – Hrvatska matica